VIA PIERO DELLA FRANCESCA
TRATTO SUD
QUARTIERE DI SANT’ANTONIO
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Questa strada era detta Via del Borgo Nuovo di Sotto, così nella pianta del 1828 e fu intitolata “Via Piero della Francesca” nel 1892, in occasione del quarto centenario della morte di Piero.
PIERO DELLA FRANCESCA
Il grande artista Piero di Benedetto de’ Franceschi, pittore intellettuale e matematico, è uno dei più importanti artisti rinascimentali, nasce a Borgo San Sepolcro tra il 1415 e il 1417. Si sposta a Firenze, Roma, Ferrara, Rimini, Arezzo, Urbino, ma ha sempre avuto un forte legame con il suo Borgo e la sua casa; qui ha dipinto nel Palazzo dei Conservatori, oggi Museo Civico, l’affresco con la “Resurrezione” “La più bella pittura del mondo”, in un saggio di Aldous Huxley. Il capolavoro è simbolo assoluto della città e nel museo sono presenti altre opere di Piero: il “Polittico della Misericordia”, commissionato dalla Confraternita della Misericordia nel 1445, il “San Ludovico” e il “San Giuliano”, entrambi affreschi staccati.
A proposito del termine “Via del Borgo Nuovo”, lo storico E. Agnoletti nell’anno 1012, in “Le memorie di Sansepolcro”, riporta: “Intanto il Borgo si era ingrandito. Il Consiglio Popolare e i Signori XXIV decisero di ampliarlo dalla parte di levante, fino alla futura Chiesa dell’Ospedale di S. Niccolò e al futuro Rio, detto il Fossatone (ora Via Giovanni Buitoni). Fino a quel punto fecero innalzare le mura di protezione.” È la via più larga del Borgo ed è affiancata da numerosi e belli palazzi appartenuti a nobili famiglie. Il Tafi scrive: “Questi fatti (l’essere stata chiamata Borgo Nuovo, la larghezza e tanti edifici rinascimentali ai lati) c’inducono ad una ristrutturazione di essa eseguita tra Quattrocento e Cinquecento. Come accadde anche a Firenze per la ben più famosa Via Larga.”
La Via, collega nel tratto sud, la Via XX Settembre con la Via Matteo di Giovanni e nel tratto nord, Via XX Settembre con Via Aggiunti.
Fig. 1 – Via Piero della Francesca, veduta del tratto sud.
PALAZZI PICHI-GRAZIANI – “IL CANTO” DEI PICHI
Fig. 2 – Palazzo Pichi Sermolli in angolo con la Piazza torre di Berta e Via Matteotti n.112.
Fig. 3 – Palazzo Pichi, sul lato est della Piazza Torre di Berta, al n.4.
Fig. 4 – Palazzo Pichi con Torretta, in via XX Settembre n.134.
Fig. 5 – Palazzo Pichi Graziani con l’affaccio in via XX Settembre e l’ingresso al n.41 di via Piero della Francesca.
Fig. 6 – Stemma dei Graziani. Fig. 7 – Stemma dei Pichi.
Partendo da via XX Settembre, a sinistra troviamo, quindi, il Palazzo Graziani poi Pichi-Graziani, che si affaccia su Via XX Settembre. Ha subito molti cambiamenti nei secoli, ma è da ritenere il palazzo dei Graziani più antico dei numerosi edifici che la famiglia possedeva al Borgo.
Fig. 8 – Planimetria dei palazzi:
- Pichi-Graziani con facciata su Via XX Settembre (74-76-77)
- Pichi con facciata su Via Piero della Francesca con il portico aperto verso il giardino (75)
PALAZZO PICHI
Fig. 9 – Palazzo Pichi in Via Piero della Francesca. Fig. 10 – Portale d’ingresso.
Questo grandioso Palazzo è quattrocentesco, secondo il Di Pietro la parte destra è frutto di un rifacimento avvenuto nel 1724 e dovuto al fatto che nel Cinquecento l’ala del palazzo era stata gravemente danneggiata da un incendio. A differenza dell’interno, la facciata si presenta modesta eccetto il portale d’ingresso, bugnato e appuntito. Al piano nobile sono sei finestre grandi, rettangolari e senza mostre; al piano di servizio, sei finestre più piccole e rettangolari. È all’interno che il palazzo costituisce “un bellissimo esempio di architettura del Quattrocento, con androne e portico aperto verso il giardino, con colonne e capitelli scolpiti, nella cui testata è localizzata la scala monumentale” (Di Pietro).
Nel passato pare che formasse un insieme unico con l’adiacente Palazzo Pichi Graziani; nell’Ottocento i due edifici divennero autonomi.
I PICHI
«Questa Famiglia nella città del Borgo San Sepolcro ha sempre da immemorabili tempore, tenuto i primi gradi al pari d’ogni altra Patrizia Borghese, fino dai primi giorni, che cominciò ad abitare il suddetto borgo, come si proverà appresso.».
L’origine della famiglia Pichi, in riferimento alla Istoria genealogica delle famiglie nobili toscane et umbre di padre Eugenio Gamurrini, scritta nel 1671, risale al 950 da certi Pietro e Benno di Gherardo Teuzzone signori feudatari del Castello dell’Afra, chiamato poi Castello di Corigiolo. Il Castello, costruito vicino al Trebbio (attuale periferia a sud-est del Borgo), aveva una alta e robusta torre e importanti fortificazioni, da cui dominavano la Val d’Afra. Da Teuzzone la discendenza ebbe diverse generazioni fino a Ranieri Pico, da cui nacquero Guido e Domenico, che presero il nome di Pichi.
«Ma il processo per la prova di nobiltà di Monsignor Angelo Pichi […] a prova della discendenza dei Pichi, riporta un’altra versione. Si narra che la famiglia Pichi trae le sue origini da un luogotenente generale dell’esercito francese del re Carlo d’Angiò, di nome Pico che seguì il re in Italia. […] Pico edificò il castello di Pichena nel contado di San Gemignano, denominandolo dal proprio nome. In questo castello abitarono quattro figli di Pico […] dai quali derivò la famiglia Pichi che venne ad abitare a Borgo San Sepolcro. A prova della validità di quanto asserito, il processo rivela che lo stemma dei Pichi di Sansepolcro conserva i tre picchi d’oro nel rastrello, in campo azzurro, come lo stemma dei nobili di Pichena».
In ogni caso fin dal Basso Medioevo, i Pichi sono una potente famiglia dell’Alta Valle del Tevere, che dominano la valle, sia dal Castello dell’Afra che da quelli di Brancialino di Selvole o Silvelle di Sorci e vantano numerosi possedimenti: il villaggio del Trebbio, di Scoiano e di Catigliano; poderi e terreni e ville a Capanne vicino Città di Castello, a Santa Fiora, a Pianettole, Baldignano, Gragnano a Vill’Alba e alla Montagna.
Contraevano matrimoni fra diversi rami della famiglia o si imparentavano con le famiglie più importanti come i Barbolani di Montauto, i Bernardini o gli Albergotti di Arezzo.
I Pichi appartenevano alla fazione ghibellina del Borgo, in lotta continua con la famiglia dei Graziani che era a capo del partito Guelfo, anche se tutte le famiglie del Borgo erano dominate soprattutto da ambizione e potere più che da fede e convenzioni. Dal 1479 al 1678 i Pichi ebbero per 41 volte l’incarico di gonfalonieri; ci furono anche molti personaggi illustri.
Fig. 11 – Portale interno nel loggiato e stemma di famiglia
Fig. 12 – Loggiato interno aperto sul giardino.
Fig. 13 e 14 – Colonne del loggiato e capitello rinascimentale in pietra serena.
Fig. 15 – Cancello e scalinata per l’accesso al giardino situato ad un livello più alto.
PALAZZO GIOVAGNOLI
Oltrepassato l’incrocio con Via Sant’Antonio, sulla sinistra al n. 29, c’è il Palazzo Giovagnoli dei primi del Cinquecento. La nobile famiglia possedeva un altro palazzo in Piazza Torre di Berta, il più antico, duecentesco, con torre in angolo “scapitozzata” e ridotta all’altezza del palazzo. Il vasto palazzo che ora vediamo, è composto di due parti, lo si vede dalla facciata e dalle diverse altezze del tetto: una più antica del XVI secolo e l’altra della fine del XVII secolo. Al pianterreno è il portone bugnato e due finestre rettangolari sulla destra, con cornici di pietra; al piano nobile ci sono tre grandi finestre trabeate e incorniciate in pietra, più le tre sulla sinistra; al piano di servizio ci sono tre finestre identiche, ma più piccole e altre tre sulla sinistra. Da notare le curiose inscrizioni in greco sulle finestre: una dice: “Tutta la terra è patria” (A. Tafi). Ma l’indicazione non è precisa, perché incompleta; infatti, lo storico E. Papi in Messaggi di pietra, nota 14, fa notare: ”sulle soglie e sugli architravi delle finestrelle ancora si legge: NOBILE VINCENDI (architrave di sinistra); DONI….. MALUM (architrave di centro); ….S BENE UT BON(u)M (architrave di destra). Sulle 3 soglie non si legge più nulla, restano solo tracce; solo sulla soglia centrale e su quella di destra sopravvivono delle lettere greche. In queste condizioni è difficile ricostruire il senso dei messaggi scalpellati”.
Fig. 16 – Palazzo Giovagnoli, in Via Piero della Francesca al n.29.
Sul lato destro al n. 38 un palazzo la cui facciata è del tardo Cinquecento, come dimostrano il portale bugnato e le finestrature. Al pianoterra, oltre al portale, ci sono sei piccole finestre con bordature di pietra, al piano nobile sopra una cornice marcapiano, ci sono nove grandi finestre riquadrate e trabeate in pietra serena; al piano di servizio, in alto, nove finestre simili ma più piccole.
Segue, sempre a sinistra al n. 34, il Palazzo Rigi.
PALAZZO RIGI
Questo palazzo è conosciuto anche come Palazzo Cherici ed anche Palazzo Martini, dai cognomi dei successivi proprietari. Il palazzo fu realizzato nel Quattrocento-Cinquecento, risulta da un accorpamento di due edifici: uno trecentesco che si affaccia su Via Agio Vecchio ed il secondo quattrocentesco e rinascimentale, con facciata su Via Piero della Francesca. Questo, per lo storico P. Frappi, sarebbe avvenuto “probabilmente dopo il terremoto del 1459…”. La facciata mostra al pianoterra, spostato a destra, un portale bugnato tra tre piccole finestre rettangolari; al piano nobile presenta cinque ampie finestre centinate; al piano di servizio o al secondo piano, altre cinque finestre centinate. Purtroppo al loro posto sono state ricavate delle orribili finestre di misure diverse. Ma la delusione diventa maggiore nel vedere tracce di affreschi! La facciata fu affrescata da Cherubino Alberti, artista locale, nel 1587 ed è una vera rarità.
Fig. 17 – Palazzo Rigi, foto storica. Con affreschi di Cherubino Alberti del 1587.
“È proprio Alberto Alberti, padre di Cherubino, a raccontarci nel suo diario che il 10 ottobre 1587, il Cav. Cosimo Rigi aveva dato, in acconto a Cherubino, 15 scudi di giuli, 10 ciascuno, per disegnare la facciata di casa in Borgo Nuovo, cioè per farvi dei graffiti ed in mezzo uno stemma a colori della famiglia.” (Tafi) La decorazione era ricca, piena di trovate e di invenzioni: festoni, putti, grottesche, allegorie, iscrizioni sopra le finestre.
Fig. 18 – Da una foto storica, particolare della decorazione della facciata (da A. Droandi)
Fig. 19 – Foto recente della facciata (da A. Czortek)
I RIGI
Fig. 20 – Stemma della Famiglia dei Rigi. Fig. 21 – Capo d’Angiò.
Lo Stemma Rigi, sotto il cosiddetto Capo d’Angiò, portava in campo d’argento, tre mezze lune verdi con sbarra rossa nel mezzo. La famiglia Rigi, nobile e ricca, risulta presente al Borgo fin dal Medioevo; tra il 1471 ed il 1683 i suoi membri occuparono tante volte la carica di Gonfaloniere della Comunità Guelfa, stretta alleata dei Pichi, ebbe molti personaggi illustri nella Chiesa, nelle lettere e nelle armi. Oltre questo palazzo principale, ne avevano un altro in Via S. Antonio, in angolo con Via Agio Torto. Terribile e lunga fu la lotta, a fianco dei Pichi, contro i Graziani e i Goracci. E, proprio nel Cinquecento, che vide l’abbellimento del loro palazzo del Borgo Nuovo, la lotta era giunta al culmine. Il 16 aprile 1537, una sollevazione popolare aveva incendiato le case dei Pichi e di Niccolò Rigi che era fuggito nel suo castello fuori città. Rientrati i Rigi, a Sansepolcro nel 1587, restaurarono il loro palazzo e lo fecero decorare, come si è già detto, da Cherubino Alberti.
Sulla sinistra, di fronte al Palazzo Rigi, si vede il Palazzo Diamanti, al n. 27.
PALAZZO DIAMANTI
Il Palazzo presenta una facciata ottocentesca, ma in realtà, come riferisce il Di Pietro, specialmente all’interno si notano strutture di varie epoche: “facciata, portico e loggiato retrostante sono ottocenteschi così come la scala a doppia rampa e alcune decorazioni del salone. I portali, i soffitti a cassettoni e l’antico portico sono del Cinquecento; le volte del piano terra ed un accesso alla corte da Via del Trespolo sembrano del Quattrocento“. Sull’architrave di un portale interno, una scritta: OMNIBUS OMNIA. Ancora E. Papi nel suo saggio analizza questa iscrizione: “Il riferimento è scritturale e si riconosce il San Paolo della I (lettera) ai Corinzi, il versetto 9,22. Nella scritta, allora, manca il verbo: OMNIBUS OMNIA (factus sum). Ecco la traduzione: (Mi sono fatto) tutto (OMNIA) a tutti (OMNIBUS)…. Evidentemente il committente, con queste parole, si pone probabilmente come ideale quello di provvedere al miglioramento (la salvezza) umano e cristiano della società”.
Fig. 22 – Palazzo settecentesco, al n. 25 (da A. Czortek)
Subito dopo questo palazzo, sulla sinistra si apre il vicolo detto con nome antico Via del Trespolo, al n. 25 si vede un Palazzo settecentesco, ben restaurato. La facciata è simmetrica, al piano terra un portale in pietra sormontato da un balcone, ai lati due grandi finestre con cornici di pietra. Al primo piano, un finestrone con timpano sul balcone e due grandi finestre per ogni lato, incorniciate in pietra e trabeate. Al secondo piano cinque finestre più piccole ma sempre incorniciate in pietra. Di fronte, sulla destra, al n. 28 un palazzetto che apparteneva ai Rigi, con pianterreno e primo piano: sopra, il cornicione marcapiano che continua quello del grande Palazzo Rigi. “Subito dopo questo palazzetto si apre un vicolo che nel passato era detto “Via Mozza” (così nella pianta del 1828). Il nome doveva alludere certamente ad un vicolo allora interrotto, senza sfondo. Oggi però sbocca in Via Agio Vecchio, passando, nell’ultimo tratto, sotto un voltone. Per questo forse in una pianta del 1864 è detto Via dell’Arco.” (Tafi)
Sulla sinistra, al n. 11 è il Palazzo Brunetti-Bartolini, oggi di proprietà comunale, restaurato e ristrutturato. Lo stemma di questa famiglia si vede sul vertice del portone: sotto l’elmo di cavaliere e volute di foglie d’acanto, si vedono, nello scudo in basso, sei monti, al centro due braccia che si danno la mano, in alto al centro, una rosa. Questa nobile famiglia nel 1669 ebbe l’onore del titolo di Gonfaloniere; inoltre da essa ebbero origine molti illustri personaggi legati in particolare, al mondo ecclesiastico. Il Palazzo risale al Cinque-Seicento, subì modifiche nel Settecento e la facciata presenta un carattere neoclassico. È organizzata in un corpo centrale e due laterali; al piano terra il portone e cinque piccole finestre con cornici di pietra; sopra il cornicione segnapiano, il piano nobile con il balcone al centro con finestrone e due finestre ai lati, riquadrate e timpanate; al secondo piano ci sono sette finestre più piccole.
Fig. 23 – Palazzo Brunetti-Bartolini, al n.11. Fig. 24 – Stemma Bartolini.
Sulla destra al n. 16, il Palazzo dei Collacchioni, con portale in pietra e tre stemmi. “Quello centrale si trova al Museo Civico e sostituito da una copia. Il Brilli lo diceva di gusto “pollaiolesco”. A.M. Maetzke ne scrive: quattrocentesca testa di giovinetto, vista di profilo come in un medaglione.” (Tafi)
Fig. 25 e 26 – Stemma originale, Museo Civico e copia.
BIBLIOGRAFIA
- AGNOLETTI ERCOLE, Le memorie di Sansepolcro, Arti Grafiche, Sansepolcro 1986.
- AGNOLETTI ERCOLE, Personaggi di Sansepolcro, Arti Grafiche, Sansepolcro 1986.
- BINI GIO, Sansepolcro immagini di un secolo, Petruzzi , Città di Castello 1997.
- DI PIETRO G. F., FANELLI G., La Valle Tiberina Toscana, Firenze 1973.
- CHIELI FRANCESCA, Conoscere Sansepolcro Arte e Storia, Edizioni Nuova Prhomos, 2021.
- CHIMENTI EMANUELA, Palazzo Pichi, tesina, 2015.
- MATTESINI ENZO, Toponomastica borghese, Petruzzi Editore, Città di Castello, 2023.
- PAPI ENZO, Messaggi di pietra: finestra aperta su una città toscana del ‘500. Edizioni Nuova Phromos, Città di Castello, 2021.
- TAFI ANGELO, Immagine di Borgo San Sepolcro, Calosci, Cortona 1994.
STUDIO DI NICOLETTA COSMI